believe in…

A cosa crediamo

Ho letto un post su tiragraffi.it in cui viene presentato il risultato di un progetto promosso da uno studio francese. Il titolo: iN 2012 IF YOU DON’T BELIEVE YOU WON’T MAKE IT HAPPEN!

believe in...love

Il risultato? Delle immagini che mostrano i valori in cui credere nel 2012. Qui ci sono i 16 poster che affrontano con ironia, grafica minimalista e colori accesi, i credo della web generation.

I miei preferiti: BELIEVE IN YOUR IDEAS Or follow the others’…

Ci vuole un po’ di coraggio e di autocritica per ammetterlo, ma è necessario, almeno con noi stessi: se non hai delle buone idee, scegli le migliori, anche se sono degli altri, e seguile. E riconoscine la paternità: nel mondo scarseggia l’onestà intellettuale (dal libro “I barbari. Saggio sulla mutazione” di Alessandro Baricco)

BELIEVE IN YOURSELF Because you’re the best!

E anche qui vale la regola: if you don’t believe, you won’t make it happen. La speranza è l’ultima a morire…

BELIEVE IN LOVE Because we are 100% sure it exists!

Anche se Qualcuno sostiene che l’amore sia solo un’affezione dell’anima e Qualcun altro che è un tradimento verso noi stessi, nessuno dubita della sua esistenza. If we want to believe in something, love is a good starting point.

Amici, amiche

To do: vedere la mia amica

 

Nella lista delle cose da fare, devo inserire assolutamente questo: vedere di più gli amici! E non in modo generico, che poi  tra il lavoro, la spesa, il corso della CIA, la danza, l’arpa…  la clessidra e’ già da girare per ricominciare una nuova giornata. Nella to do list, tutto va circostanziato: così infilo la mia amica tra il supermercato e la lezione in palestra, tra un appuntamento di lavoro e il pattinaggio con la nipotina. Pur di vederla.

Frequentare gli amici sembra quasi un lusso da tempo libero e, se questo scarseggia, si tagliano, come il superfluo. Eppure c’e’ stato un momento, prima dela lavoro, prima della famiglia, prima… in cui gli amici erano il nostro punto di riferimento, un’ancora e una vela, per sapere come fermarci e per prendere il largo insieme. Ecco, a volte mi piacerebbe tornare a quel prima. Io, non la mia vita. Tra gli impegni e le soddisfazioni di oggi, vorrei essere capace di trovare lo spazio giusto per la condivisione con le persone a cui voglio bene, con la leggerezza e, nello stesso tempo, l’assolutismo di allora.

Spesso i limiti sull’impiego del nostro tempo, li creiamo noi stessi. Anzi, noi stessE. E allora pazienza se ho fatto tardi al lavoro, ma sono riuscita a fare colazione con la mia amica. E per  fortuna che c’e’.

Parole e potere

Il potere dell’immaginazione

Per ricordarsi tutte le cose da fare, ma soprattutto per avere uno stimolo a FARLE, la to do list è davvero fondamentale. Dovrei quindi decidermi a scrivere sull’agenda che devo completare le mie bacheche della visualizzazione, per poi trovare la motivazione a realizzarle!

la strada verso i nostri obiettivi

La libera professione l’ho avviata, come da programma. E, come previsto nel già citato ebook sull’Iva funesta, mi costerà un minimo di due anni di lavoro per farci qualche soldo. La questione trasloco è al momento sospesa a causa di lungaggini burocratiche: stiamo aspettando anche noi il lasciapassare A38, come  Asterix nelle 12 fatiche. Quindi, non ho scuse: riprendo in mano la mia to do list e spunto.

Uno dei punti ancora in sospeso, stranamente, perché l’idea mi aveva conquistato: sono, appunto, le bacheche.

Il progetto è semplice:

  1. bisogna recuperare due lavagne in sughero (io le ho comperate all’IKEA),
  2. su una, bisogna appendere immagini e/o scritte sulla nostra vita: la nostra casa, la famiglia, i luoghi che abbiamo visitato, il nostro lavoro, gli amici, i traguardi raggiunti…
  3. sulla seconda, dobbiamo invece appendere immagine e/o scritte su ciò che desideriamo e per cui stiamo lavorando: una nuova casa, un nuovo lavoro, un’opera di beneficenza, una destinazione ancora da raggiungere, un libro da leggere, una persona a cui ispirarci…

La prima bacheca dovrebbe essere sempre a portata di sguardo, per ricordarci quanto abbiamo già fatto e fornirci un’àncora, quando il nostro umore rischia di andare a fondo.

La seconda dovrebbe essere davanti a noi, magari appesa sopra la nostra scrivania, per mostrarci perché vale la pena impegnarsi, anche quando non ne abbiamo molta voglia o i risultati tardano.

Io credo nel potere delle parole, ma per facilitare la visualizzazione, le immagini giocano un ruolo determinante. Meglio riusciremo a immaginare i nostri obiettivi, fino a vederli con chiarezza, tanto più saremo focalizzati verso la direzione che abbiamo scelto e troveremo la forza di percorrere la strada.

spazio e comunicazione

l’uovo prossemico

uovo prossemico

La mia collega si avvicina, si avvicina, si avvicina; allunga un braccio e mi appoggia la mano sulla spalla. Mi chiede una cosa, ma io non rispondo: ha rotto

il mio uovo prossemico. E non stavamo preparando la torta per il tè insieme!

Quando qualcuno invade il nostro spazio personale e viola il confine che riteniamo corretto, per la situazione in cui ci troviamo, ci sentiamo a disagio. Scegliamo un

a via di fuga o la reazione; anche i pacifisti, di fronte a ripetute invasioni di campo, lucidano le armi, pronti al conflitto.

Ognuno ha la sua personale percezione dello spazio, sia fisico che mentale; di solito questo spazio vitale ha la forma di un uovo, di cui noi siamo il tuorlo. La punta è davanti, vicina a noi, i fianchi sono stretti e si allargano verso la base dell’uovo, alle nostre spalle, dove c’è uno spazio di sicurezza maggiore. Questa distanza ci protegge dagli altri, proprio come un guscio. E come nell’uovo, l’albume è liquido e si adatta, intorno a noi, a seconda di chi si avvicina.

Ci sono persone che possono stare con noi all’interno del guscio, condividendo il nostro spazio più intimo. Ma nelle situazioni pubbliche, il nostro uovo può ingrandirsi fino a raggiungere una zona di sicurezza di diversi metri.

Se il guscio rischia di rompersi per l’eccessiva vicinanza di un estraneo, la nostra attenzione sarà concentrata su questo, più che su quanto l’altro ci vuole comunicare.

Quindi, prima di parlare con una persona, accertiamoci di avere la giusta distanza!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giornata internazionale della donna

Delle motivazioni che hanno portato a celebrare l’otto marzo come festa della donna non rimane molto: la commemorazione di un momento drammatico della storia del movimento femminile è snaturata in un rito di illusoria emancipazione; la lotta per i diritti delle lavoratrici si è congelata in un cliché fatto di mimose e contenuti consumistici.

Mentre i mezzi di comunicazione rimandano l’immagine di una donna che si sperava superata da tempo, il ricorso sempre più frequente alla chirurgia estetica consente la speculare cancellazione del tempo trascorso dai volti e dai corpi delle donne reali, in un processo di rimozione dell’identità femminile, che avviene sotto gli occhi di tutti. Ma senza che nessuno reagisca.

Se il dibattito sulla questione femminile, basato sulla differenza di “natura” fra uomini e donne, si è risolto, resta ancora da superare il limite culturale che impedisce una reale parità.

La Costituzione italiana afferma che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. (Art. 37)

Ma è davvero così? Se anche la parità dei diritti si è ottenuta sulla carta, l’esercizio degli stessi è un’altra cosa e, su questo fronte, la strada da percorrere sembra ancora lunga.

L’Unione Europea ha compiuto notevoli progressi nell’attuazione della parità tra i generi, tuttavia, le diseguaglianze rimangono: spesso le donne sono costrette a scegliere tra figli e carriera a causa della scarsa flessibilità degli orari di lavoro, degli insufficienti servizi di custodia dei bambini, del persistere degli stereotipi nonché del maggiore carico di responsabilità̀ familiari rispetto agli uomini.

Nonostante la legislazione europea sulla parità retributiva, le donne guadagnano ancora in media il 15% in meno dei colleghi maschi, anche a causa della loro segregazione in settori discriminanti.

In Italia il tasso di occupazione femminile è agli ultimi posti della classifica Ocse, seguito solo da Messico e Turchia! Che cosa significa: che le donne italiane non hanno un facile accesso al mondo del lavoro? Che il lavoro ‘fuori casa’ non è appetibile? Quanti condizionamenti sociali influiscono su ciò che riteniamo giusto o sbagliato? Forse, in quest’ultima domanda c’è la vera risposta…

Intanto, mentre ci crogioliamo nella tranquillizzante idea che molto è già stato fatto, nel Global Gender Gap report, che misura le differenze di genere in quattro aree specifiche della quotidianità, si evidenzia che su 134 paesi, l’Italia è 72esima in classifica nel 2009, ma era 67esima nel 2008; segno che la situazione delle donne rispetto a opportunità professionali, partecipazione alla vita economica, livello di istruzione, salute e aspettativa di vita, partecipazione alla politica, è in peggioramento.

Le politiche di conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi della vita familiare possono creare la flessibilità necessaria affinché la forza lavoro femminile possa entrare e rimanere sul mercato, ma rischiano anche di essere nuova causa di discriminazione.La femminilizzazione dei contratti part-time sottintende, infatti, ancora una volta, che la conciliazione di lavoro e famiglia è una cosa da donne.

Inoltre il ricorso a questa forma contrattuale, in Italia, è ostacolato da una limitata disponibilità di occasioni di lavoro a tempo parziale, fatto che ha contribuito a rendere difficile per le donne sia la partecipazione al mercato del lavoro che la decisione di avere figli. Oltre a ciò, la retribuzione di un part-time può non essere sufficiente per permettersi una reale riduzione delle attività domestiche: così, invece di essere un’opportunità, una soluzione per suddividersi fra mercato e famiglia, il part-time può causare una condizione doppiamente penalizzante, combinando scarsa retribuzione e doppio lavoro, dentro e fuori casa.

I contratti con modalità non standard, in aumento per le donne, potrebbero rivelarsi quindi una ‘falsa’ conquista: ancora una volta precludono la possibilità di carriera e spesso si tratta di occupazioni a maggior rischio di espulsione dal mercato del lavoro.

Per produrre e promuovere cambiamenti sociali, economici e politici, così come il corso della storia dimostra, servono innanzi tutto cambiamenti di natura culturale: per affrontare veramente la conciliazione, è necessaria un’accettazione sociale e condivisa che entrambi, uomini e donne, svolgano un lavoro professionale e di cura della famiglia.

Durante la conferenza mondiale dell’Onu sulle donne, già nel 2005, il Comitato internazionale per l’eliminazione della discriminazione rilevava in Italia un persistente e pervasivo atteggiamento patriarcale sui ruoli e sulle responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia e nella società.

Questi stereotipi minano alla base la condizione sociale femminile e sono una delle cause della posizione svantaggiata delle donne in vari settori, compreso appunto il mercato del lavoro. La grave sotto-rappresentanza delle donne in cariche politiche e pubbliche è un dato altrettanto preoccupante.

Lo sviluppo della parità non può e non deve essere considerato quindi con il solo scopo di riequilibrare i dati statistici: è invece un progetto più ampio, culturale, di cambiamento di ruoli genitoriali, di equilibri familiari, organizzazione del lavoro e del tempo, sviluppo e libertà personali. Proprio per questo coinvolge anche gli uomini e, in più in generale, la società. Tale progetto può significare un passo avanti verso il progresso ed essere anche simbolo di reale democrazia e pluralismo.

L’uguaglianza è una partita ancora da giocare tra le donne nuove e gli uomini antichi. La domanda è: sapranno rinnovarsi?

e la cura?

la crisi e il cancro

Questa non è una crisi dalla quale ci si può ripr118° consiglio Nazionale della Fabiendere. Non è come un’influenza o una brocopolmonite che curo, guarisco e in un mese sono come prima.

E’ come un cancro e alla fine, quando sarà sconfitto,  mi ritroverò con qualcosa di meno. La ricchezza del mondo si sta ridistribuendo. In Europa si stima una crescita, nei prossimi dieci anni, di circa l’1% ; questo vuol dire che qualcuno crescerà del 2-3% e altri dello zero. Altri perderanno.

Guido Crosetto, dirigente del PDL, ha usato questa similitudine ieri alla tavola rotonda del Consiglio Nazionale della FABI.

Come la legge del contrappasso dell’inferno di Dante: in teoria, chi era più ricco prima della crisi, avrà di meno dopo. E chi era più povero prima della crisi, dopo avrà un po’ di più. Se fosse così, forse il cosmopolitismo, a cui la globalizzazione dovrebbe averci abituato, potrà farci ingoiare il boccone amaro.

Ma la crisi avrà letto Dante?

Buon compelanno

primavera della nonnal’albero e la famiglia

Ha compiuto 88 anni, o solo 22, perché ha l’apparente fortuna di essere nata il 29 febbraio. Anche se qualche anno è sfuggito dal calendario, il tempo ha depositato sul suo viso le orme del suo passaggio.

Non esce molto, perché il suo mondo si è ristretto via via, intorno a lei, fino a ridursi a due sole stanze: quella del cucito e quella della solitudine. La stanza del cucito raccoglie l’archivio dei Burda degli ultimi tre, quattro decenni. Lì tiene in vita le sue abilità, ogni primavera che arriva,  con un po’ meno precisione. E’ lì che ciascuno dei nipoti la trova, quando ha bisogno di un orlo, una riparazione, una pence. E’ seduta, curva sulla macchina da cucire, con sempre uno straccio infilato sotto l’ago. Quando arrivi devi chiamarla ad alta voce, se da sola non alza lo sguardo: il tempo ha avuto la clemenza di renderla un po’ sorda, a ciò che non vuole sentire.

La stanza della solitudine è la camera, che ha condiviso per quasi 60 anni con il nonno. Ci sono ancora il suo letto, i suoi vestiti e le loro fotografie sul comò. Quella penombra e il silenzio che pesano in quella stanza, sono il segno della solitudine della nonna. Della vita che è in gran parte scorsa via. Dei ruscelli che si sono diramati dal fiume, correndo verso il mare, senza voltarsi.

Un giorno all’anno, la solitudine viene spazzata via. La zia L. acconcia i capelli della nonna, mettendo da parte le amarezze di una vita con la suocera. Qualcuno la invita a pranzo, per stanare l’animaletto impaurito, con una scusa. E fuori c’è il sole, c’è il mondo, c’è la vita.

Trentadue persone riunite, brandelli di generazioni raccolti in un attimo che li rende coevi. I rami, ricchi di foglie e di gemme, mai recisi dal tronco.

La nonna festeggia la sua primavera, nel giardino che ha coltivato con pazienza, in un angolo di mondo, in silenzio. E per il suo compleanno il silenzio si lacera di chiacchiere e di risa.