giornata internazionale della donna

Delle motivazioni che hanno portato a celebrare l’otto marzo come festa della donna non rimane molto: la commemorazione di un momento drammatico della storia del movimento femminile è snaturata in un rito di illusoria emancipazione; la lotta per i diritti delle lavoratrici si è congelata in un cliché fatto di mimose e contenuti consumistici.

Mentre i mezzi di comunicazione rimandano l’immagine di una donna che si sperava superata da tempo, il ricorso sempre più frequente alla chirurgia estetica consente la speculare cancellazione del tempo trascorso dai volti e dai corpi delle donne reali, in un processo di rimozione dell’identità femminile, che avviene sotto gli occhi di tutti. Ma senza che nessuno reagisca.

Se il dibattito sulla questione femminile, basato sulla differenza di “natura” fra uomini e donne, si è risolto, resta ancora da superare il limite culturale che impedisce una reale parità.

La Costituzione italiana afferma che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. (Art. 37)

Ma è davvero così? Se anche la parità dei diritti si è ottenuta sulla carta, l’esercizio degli stessi è un’altra cosa e, su questo fronte, la strada da percorrere sembra ancora lunga.

L’Unione Europea ha compiuto notevoli progressi nell’attuazione della parità tra i generi, tuttavia, le diseguaglianze rimangono: spesso le donne sono costrette a scegliere tra figli e carriera a causa della scarsa flessibilità degli orari di lavoro, degli insufficienti servizi di custodia dei bambini, del persistere degli stereotipi nonché del maggiore carico di responsabilità̀ familiari rispetto agli uomini.

Nonostante la legislazione europea sulla parità retributiva, le donne guadagnano ancora in media il 15% in meno dei colleghi maschi, anche a causa della loro segregazione in settori discriminanti.

In Italia il tasso di occupazione femminile è agli ultimi posti della classifica Ocse, seguito solo da Messico e Turchia! Che cosa significa: che le donne italiane non hanno un facile accesso al mondo del lavoro? Che il lavoro ‘fuori casa’ non è appetibile? Quanti condizionamenti sociali influiscono su ciò che riteniamo giusto o sbagliato? Forse, in quest’ultima domanda c’è la vera risposta…

Intanto, mentre ci crogioliamo nella tranquillizzante idea che molto è già stato fatto, nel Global Gender Gap report, che misura le differenze di genere in quattro aree specifiche della quotidianità, si evidenzia che su 134 paesi, l’Italia è 72esima in classifica nel 2009, ma era 67esima nel 2008; segno che la situazione delle donne rispetto a opportunità professionali, partecipazione alla vita economica, livello di istruzione, salute e aspettativa di vita, partecipazione alla politica, è in peggioramento.

Le politiche di conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi della vita familiare possono creare la flessibilità necessaria affinché la forza lavoro femminile possa entrare e rimanere sul mercato, ma rischiano anche di essere nuova causa di discriminazione.La femminilizzazione dei contratti part-time sottintende, infatti, ancora una volta, che la conciliazione di lavoro e famiglia è una cosa da donne.

Inoltre il ricorso a questa forma contrattuale, in Italia, è ostacolato da una limitata disponibilità di occasioni di lavoro a tempo parziale, fatto che ha contribuito a rendere difficile per le donne sia la partecipazione al mercato del lavoro che la decisione di avere figli. Oltre a ciò, la retribuzione di un part-time può non essere sufficiente per permettersi una reale riduzione delle attività domestiche: così, invece di essere un’opportunità, una soluzione per suddividersi fra mercato e famiglia, il part-time può causare una condizione doppiamente penalizzante, combinando scarsa retribuzione e doppio lavoro, dentro e fuori casa.

I contratti con modalità non standard, in aumento per le donne, potrebbero rivelarsi quindi una ‘falsa’ conquista: ancora una volta precludono la possibilità di carriera e spesso si tratta di occupazioni a maggior rischio di espulsione dal mercato del lavoro.

Per produrre e promuovere cambiamenti sociali, economici e politici, così come il corso della storia dimostra, servono innanzi tutto cambiamenti di natura culturale: per affrontare veramente la conciliazione, è necessaria un’accettazione sociale e condivisa che entrambi, uomini e donne, svolgano un lavoro professionale e di cura della famiglia.

Durante la conferenza mondiale dell’Onu sulle donne, già nel 2005, il Comitato internazionale per l’eliminazione della discriminazione rilevava in Italia un persistente e pervasivo atteggiamento patriarcale sui ruoli e sulle responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia e nella società.

Questi stereotipi minano alla base la condizione sociale femminile e sono una delle cause della posizione svantaggiata delle donne in vari settori, compreso appunto il mercato del lavoro. La grave sotto-rappresentanza delle donne in cariche politiche e pubbliche è un dato altrettanto preoccupante.

Lo sviluppo della parità non può e non deve essere considerato quindi con il solo scopo di riequilibrare i dati statistici: è invece un progetto più ampio, culturale, di cambiamento di ruoli genitoriali, di equilibri familiari, organizzazione del lavoro e del tempo, sviluppo e libertà personali. Proprio per questo coinvolge anche gli uomini e, in più in generale, la società. Tale progetto può significare un passo avanti verso il progresso ed essere anche simbolo di reale democrazia e pluralismo.

L’uguaglianza è una partita ancora da giocare tra le donne nuove e gli uomini antichi. La domanda è: sapranno rinnovarsi?

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