tecnologia è inclusione?

digital divide

La tecnologia mantiene davvero la promessa di migliorare la vita? In molti casi possiamo rispondere positivamente e quindi la domanda successiva dovrebbe essere: questo miglioramento coinvolge proprio tutti? E aiuta effettivamente l’inclusione?

Purtroppo, la promessa dell’era digitale rischia di essere disattesa e anzi, la tecnologia può aggravare le divisioni sociali, quando non diventa occasione per divisioni fisiche: vere e proprie frontiere, ma di nuova generazione.

Mentre il Muro che divide il confine tra Usa e Messico viene dotato di droni (robot comandati a distanza) per risparmiare sul costo del personale di sorveglianza, l’opinione pubblica viene ‘formata’ dai mezzi di comunicazione sulla necessità di dividere i buoni dai cattivi, i residenti dai migranti e tutta questa informazione passa anche attraverso le connessioni a banda larga.

Il mondo viene invaso da una marea digitale che rischia di affondare i Paesi analogici e i singoli, soli di fronte alla tecnologia, alle volte, contro la tecnologia.

digital divide, cultural divide

Dal muro elettronico tra Libia e i Paesi sahariani confinanti, agli strumenti di rilevazione biometriche a difesa delle frontiere esterne dell’Europa, dai radar a microonde per contrastare sbarchi indesiderati nel Sud Italia alle antenne ad alta frequenza per il controllo delle telecomunicazioni, la tecnologia diventa più sofisticata e di parte. Non importa quale.

E oltre a questa cultura della divisione, spesso motivata da ragioni di sicurezza ce n’è un’altra, più subdola, ma altrettanto pericolosa.

Se la rivoluzione digitale scoppierà nei prossimi anni anche nel mondo della cultura, confermando il trend positivo di fruizione dei contenuti digitali, il “digital divide”, disuguaglianza nell’accesso e nell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione, rischia di trasformarsi in “cultural divide”.

La cultura, attraverso la democratizzazione operata da internet, potrebbe raggiungere un numero maggiore di fruitori, ma il costo di hardware sempre al passo con i tempi, la diffusione a macchia di leopardo della banda larga e la difformità dei formati in uso, rischiano di generare una nuova spaccatura culturale. E se l’editoria, come già la musica e la cinematografia, sposteranno le loro risorse verso il formato elettronico, più di qualcuno rischierà di essere tagliato fuori.

Se è vero che in Italia, la tv la fa ancora da padrona nella trasmissione di ’informazione’, i rischi del “cultural divide” sono solo rimandati: la digitalizzazione del sapere è alle porte. Affinché la tecnologia sia davvero inclusiva, bisogna muoversi per tempo e creare una rete che abbatta i muri e non ne costruisca di nuovi, seppur virtuali.

giornata internazionale della donna

Delle motivazioni che hanno portato a celebrare l’otto marzo come festa della donna non rimane molto: la commemorazione di un momento drammatico della storia del movimento femminile è snaturata in un rito di illusoria emancipazione; la lotta per i diritti delle lavoratrici si è congelata in un cliché fatto di mimose e contenuti consumistici.

Mentre i mezzi di comunicazione rimandano l’immagine di una donna che si sperava superata da tempo, il ricorso sempre più frequente alla chirurgia estetica consente la speculare cancellazione del tempo trascorso dai volti e dai corpi delle donne reali, in un processo di rimozione dell’identità femminile, che avviene sotto gli occhi di tutti. Ma senza che nessuno reagisca.

Se il dibattito sulla questione femminile, basato sulla differenza di “natura” fra uomini e donne, si è risolto, resta ancora da superare il limite culturale che impedisce una reale parità.

La Costituzione italiana afferma che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. (Art. 37)

Ma è davvero così? Se anche la parità dei diritti si è ottenuta sulla carta, l’esercizio degli stessi è un’altra cosa e, su questo fronte, la strada da percorrere sembra ancora lunga.

L’Unione Europea ha compiuto notevoli progressi nell’attuazione della parità tra i generi, tuttavia, le diseguaglianze rimangono: spesso le donne sono costrette a scegliere tra figli e carriera a causa della scarsa flessibilità degli orari di lavoro, degli insufficienti servizi di custodia dei bambini, del persistere degli stereotipi nonché del maggiore carico di responsabilità̀ familiari rispetto agli uomini.

Nonostante la legislazione europea sulla parità retributiva, le donne guadagnano ancora in media il 15% in meno dei colleghi maschi, anche a causa della loro segregazione in settori discriminanti.

In Italia il tasso di occupazione femminile è agli ultimi posti della classifica Ocse, seguito solo da Messico e Turchia! Che cosa significa: che le donne italiane non hanno un facile accesso al mondo del lavoro? Che il lavoro ‘fuori casa’ non è appetibile? Quanti condizionamenti sociali influiscono su ciò che riteniamo giusto o sbagliato? Forse, in quest’ultima domanda c’è la vera risposta…

Intanto, mentre ci crogioliamo nella tranquillizzante idea che molto è già stato fatto, nel Global Gender Gap report, che misura le differenze di genere in quattro aree specifiche della quotidianità, si evidenzia che su 134 paesi, l’Italia è 72esima in classifica nel 2009, ma era 67esima nel 2008; segno che la situazione delle donne rispetto a opportunità professionali, partecipazione alla vita economica, livello di istruzione, salute e aspettativa di vita, partecipazione alla politica, è in peggioramento.

Le politiche di conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi della vita familiare possono creare la flessibilità necessaria affinché la forza lavoro femminile possa entrare e rimanere sul mercato, ma rischiano anche di essere nuova causa di discriminazione.La femminilizzazione dei contratti part-time sottintende, infatti, ancora una volta, che la conciliazione di lavoro e famiglia è una cosa da donne.

Inoltre il ricorso a questa forma contrattuale, in Italia, è ostacolato da una limitata disponibilità di occasioni di lavoro a tempo parziale, fatto che ha contribuito a rendere difficile per le donne sia la partecipazione al mercato del lavoro che la decisione di avere figli. Oltre a ciò, la retribuzione di un part-time può non essere sufficiente per permettersi una reale riduzione delle attività domestiche: così, invece di essere un’opportunità, una soluzione per suddividersi fra mercato e famiglia, il part-time può causare una condizione doppiamente penalizzante, combinando scarsa retribuzione e doppio lavoro, dentro e fuori casa.

I contratti con modalità non standard, in aumento per le donne, potrebbero rivelarsi quindi una ‘falsa’ conquista: ancora una volta precludono la possibilità di carriera e spesso si tratta di occupazioni a maggior rischio di espulsione dal mercato del lavoro.

Per produrre e promuovere cambiamenti sociali, economici e politici, così come il corso della storia dimostra, servono innanzi tutto cambiamenti di natura culturale: per affrontare veramente la conciliazione, è necessaria un’accettazione sociale e condivisa che entrambi, uomini e donne, svolgano un lavoro professionale e di cura della famiglia.

Durante la conferenza mondiale dell’Onu sulle donne, già nel 2005, il Comitato internazionale per l’eliminazione della discriminazione rilevava in Italia un persistente e pervasivo atteggiamento patriarcale sui ruoli e sulle responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia e nella società.

Questi stereotipi minano alla base la condizione sociale femminile e sono una delle cause della posizione svantaggiata delle donne in vari settori, compreso appunto il mercato del lavoro. La grave sotto-rappresentanza delle donne in cariche politiche e pubbliche è un dato altrettanto preoccupante.

Lo sviluppo della parità non può e non deve essere considerato quindi con il solo scopo di riequilibrare i dati statistici: è invece un progetto più ampio, culturale, di cambiamento di ruoli genitoriali, di equilibri familiari, organizzazione del lavoro e del tempo, sviluppo e libertà personali. Proprio per questo coinvolge anche gli uomini e, in più in generale, la società. Tale progetto può significare un passo avanti verso il progresso ed essere anche simbolo di reale democrazia e pluralismo.

L’uguaglianza è una partita ancora da giocare tra le donne nuove e gli uomini antichi. La domanda è: sapranno rinnovarsi?

donne e rappresentazione

Le donne nella comunicazione

Il mondo femminile è multiforme e variegato, ma l’immagine delle donne, trasmessa e comunicata quotidianamente dai media, rende giustizia a questa composita realtà?

Pare proprio di no. L’opinione che ognuno di noi può formarsi come spettatore e lettore è rafforzata anche da indagini statistiche e da numerose analisi, che confermano il gap tra quello che le donne sono e pensano di essere e la loro rappresentazione.

Il contrasto in cui si dibatte la donna nella società contemporanea è sempre più evidente: da una parte la vita quotidiana, con la famiglia e il lavoro, risultato di un difficile e controverso processo di emancipazione, lontano dall’essere concluso, dall’altra la rappresentazione della donna, ridotta all’ombra del suo solo corpo, spogliato, mercificato, immortalato nella sua provocante bellezza, per vendere qualcosa, qualunque cosa, o per attirare l’attenzione, prevalentemente maschile.

Quello che dovrebbe stupire è il silenzio, di molti, ma soprattutto delle donne. Sembra che l’Italia sia composta in gran parte da un pubblico anestetizzato, abituato alla rappresentazione di tanta carne, così assuefatto da averlo accettato.

E’ proprio con queste parole, “pezzi di carne di donna”, che Gabriella Cims, che coordina l’Osservatorio sui Servizi Audiovisivi, si esprimeva nella sua proposta per modificare il contratto di servizio della Rai. Uno degli emendamenti chiedeva un impegno preciso: diffondere anche all’estero una programmazione che rispetti l’immagine femminile e la sua dignità culturale e professionale e rappresenti in modo realistico il ruolo delle donne italiane nella società.

La questione si gioca proprio sulla veridicità della rappresentazione che i media propongono della donna. E, ancora una volta, è una questione tutta italiana.

In altri Paesi, usare un linguaggio discriminatorio è ritenuto socialmente inaccettabile e quindi sanzionato. In Italia è una prassi: il linguaggio sessista è imperante e riflette il nostro modo di pensare, oltre che confermarlo e rafforzarlo. Il linguaggio non è neutro, ma veicola il pensiero, per questo usarlo in modo corretto è importante.

In una ricerca del sociologo Enrico Finzi, presidente di Astra Ricerche, condotta in Italia tra fine 2009 e inizio 2010, è risultato che il 66% delle italiane, su un campione di oltre 1000 intervistati, ritiene che la televisione “proponga quasi solo donne giovani, belle e attraenti” e le presenti “come oggetto d’interesse sessuale”, contribuendo in questo modo “alla cattiva educazione delle ragazze, delle giovani” (e dei ragazzi?), peggiorando l’Italia, rendendola un Paese “più volgare e immorale, meno giusto e civile”.

Non stupisce quindi che poi l’altro sesso non sia in grado di capire davvero le donne e che sia ancora fermo a una rappresentazione del femminile sospesa tra erotismo e maternità, tenerezza e seduzione, nell’incapacità per una donna di vivere senza un uomo che la guidi (per il 79% degli intervistati maschi!).

Qualcuno si è accorto che ci sono donne che hanno successo in politica, nella ricerca scientifica, nel lavoro? I media spesso le ignorano, perdendosi una parte della realtà che vorrebbero rappresentare e così noi stessi ci fermiamo a un’immagine solo parziale e distorta del mondo femminile, perpetuando ancora gli stereotipi di genere.

E se la tv può essere oggetto di una critica collettiva, soprattutto per quanto riguarda i programmi di intrattenimento, la pubblicità e il mondo dell’advertising fanno la loro parte nel non comunicare una valida immagine delle donne.

E non è forse questa continua rappresentazione della donna come oggetto sessuale uno dei maggiori ostacoli a una emancipazione piena e a una vera parità? La rivoluzione forse la si dovrebbe fare proprio attraverso la scelta di una comunicazione realistica per estirpare le discriminazioni di genere, come è stato fatto, per esempio, nei Paesi del nord Europa.

Certo la questione è spinosa e si scontra con radicati silenzi e conformismi, ma se siamo in un Paese civile non sarà solo la bellezza a fare audience…