Se ti do del tu…

Pensavo al tempo. Nessuna nostalgia: la coscienza di un istante che va e di qualcosa che ritorna, per esempio i fiori sul mandorlo del vicino, le giostre in piazza…

La mia nipotina ha compiuto 11 anni: i bambini sono una buona misura del tempo che passa. E di solito te ne accorgi che non sono più bambini, ma adolescenti, ragazzi, adulti e ti guardano dritto negli occhi.20130323-223741.jpg

Ma ci sono altri segni del tempo e quelli sì! mi spingono alla nostalgia, dolore di un non ritorno, misura delle cose che non posso più fare. O che viceversa posso.

Andare sui giochi gommosi! A dirla tutta, non ci sono mai andata. C’è un limite di età, che ho superato da un po’. E indietro non si torna.

Mi viene il sospetto di non poter neanche salire sullo scivolo dei giardinetti: limite di dimensioni, diciamo. Anche se su questo, preferisco rimanere nel dubbio.

Ma c’è qualcosa che posso fare, beneficio dell’età?

Mi posso permettere un confidenziale, non irrispettoso, ‘tu’, a persone a cui un tempo davo del lei: gli adulti, perché sono una di loro, i giovani perché potrei essere una di loro.

Ma, quando arriva il tempo in cui si potrebbe, è passato quello in cui si può.

Saggia Marie!

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Sotto pressione

Credevo di no, ma ho perso la mano.

Il nervosismo a fior di pelle. Il pensiero costante, con cui ti addormenti la sera e ti svegli di giorno. L’ossessiva ripetizione di quello che sai, cerchi di ricordare, speri di ricordare. L’orsitudine che incalza e i rapporti sociali che escono dall’agenda.
Non c’è tempo. Non abbastanza per essere pronti. Sentirsi pronti, è un’altra storia, fatta di cose interiorizzate, fatte proprie a tal punto da non pensarci più.
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Questo grado di conoscenza inconsapevole è quello che mi servirebbe. Invece le mani tremano. La mente non corre abbastanza veloce. La memoria si perde. La concentrazione scappa, aggrappata a ogni pensiero.

Oddio, credevo di aver superato l’ansia da esame…

Ma la musica è diversa.

Buon compelanno

primavera della nonnal’albero e la famiglia

Ha compiuto 88 anni, o solo 22, perché ha l’apparente fortuna di essere nata il 29 febbraio. Anche se qualche anno è sfuggito dal calendario, il tempo ha depositato sul suo viso le orme del suo passaggio.

Non esce molto, perché il suo mondo si è ristretto via via, intorno a lei, fino a ridursi a due sole stanze: quella del cucito e quella della solitudine. La stanza del cucito raccoglie l’archivio dei Burda degli ultimi tre, quattro decenni. Lì tiene in vita le sue abilità, ogni primavera che arriva,  con un po’ meno precisione. E’ lì che ciascuno dei nipoti la trova, quando ha bisogno di un orlo, una riparazione, una pence. E’ seduta, curva sulla macchina da cucire, con sempre uno straccio infilato sotto l’ago. Quando arrivi devi chiamarla ad alta voce, se da sola non alza lo sguardo: il tempo ha avuto la clemenza di renderla un po’ sorda, a ciò che non vuole sentire.

La stanza della solitudine è la camera, che ha condiviso per quasi 60 anni con il nonno. Ci sono ancora il suo letto, i suoi vestiti e le loro fotografie sul comò. Quella penombra e il silenzio che pesano in quella stanza, sono il segno della solitudine della nonna. Della vita che è in gran parte scorsa via. Dei ruscelli che si sono diramati dal fiume, correndo verso il mare, senza voltarsi.

Un giorno all’anno, la solitudine viene spazzata via. La zia L. acconcia i capelli della nonna, mettendo da parte le amarezze di una vita con la suocera. Qualcuno la invita a pranzo, per stanare l’animaletto impaurito, con una scusa. E fuori c’è il sole, c’è il mondo, c’è la vita.

Trentadue persone riunite, brandelli di generazioni raccolti in un attimo che li rende coevi. I rami, ricchi di foglie e di gemme, mai recisi dal tronco.

La nonna festeggia la sua primavera, nel giardino che ha coltivato con pazienza, in un angolo di mondo, in silenzio. E per il suo compleanno il silenzio si lacera di chiacchiere e di risa.